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E mentre riordinava il trambusto della sua camera, scatenato dal terremoto della sua mente, lei si fermò e iniziò a scrivere.
Sentiva ancora sulla pelle la sensazione di quel sogno, aveva ancora nei suoi occhi l’immagine di quel volto e così affidò alle fredde note del suo scrigno, una lettera che non sarebbe mai stata spedita.
“Caro…”
“No. Non sei caro, non lo sei da quasi un anno…” pensava lei mentre le mani scivolavano sulla tastiera.
“Gentile…”
“No! Nell’ultimo periodo non lo sei stato per niente.”
E allora, non sapendo come iniziare, decise di farlo in medias res.
Sentiva che quei pensieri avevano bisogno di uscire senza troppi preamboli.
“È quasi passato un anno da quando ho deciso di chiudere quella porta usando la distanza del mio telefono come scudo.
Ci avevo già provato, ricordi? Ma tu mi hai sempre nascosto la chiave.
È passato quasi un anno da quando sono riuscita a fuggire da quella gabbia che mi ero creata.
Quante volte ti ho detto di sentirmi un uccello con le ali legate e quante volte ho sperato che non fossi tu il mio carceriere.
Carceriere, amante, sogno, delusione, per me sei stato tutto.
In realtà forse, da quella gabbia non ci sono mai uscita, o forse ne sono entrata in un’altra che avevi già costruito per me.
Sono una Raperonzolo in attesa di chi le farà ricredere nell’amore.
Quante volte mi hai detto di non sognarlo, che non mi sarei dovuta aspettare gesti romantici perché erano illusioni da film.
Quante volte io, con un fiume di lacrime intrappolate nella gola, ho accettato tutto.
Desideravo tanto quel principe che dipingevo su di te con dei pennarelli scarichi.
Per tre anni forse sono stata solo una Penelope che intesseva una tela che tu disfacevi e che si dava la colpa di ciò.
Stanotte mi sei venuto in sogno, come un fantasma. Non mi hai parlato, ma la tua sola presenza mi ha perseguitato per tutta la giornata.
Chissà se stai bene, chissà se mi pensi ancora.
Nonostante tutto, queste sono le prime domande che mi risuonano nella mente.
Forse, in fondo, nonostante tutto ti voglio ancora bene, perché non sei sempre stato carceriere, ma anche amico e amore.”
E poi si fermò.
Sentiva il giudizio della carta, incapace di comprendere l’ultima frase.
Ella, infatti, non poteva sapere che poche cose nascono marce. Lo diventano lentamente e silenziosamente quando nessuno se ne prende cura.